Wine & friends are a great blend (E. Hemingway)

Mi è sempre stato detto che le amicizie più sincere e durature sono quelle nate sui banchi di scuola. Personalmente ho avuto le mie batoste e le mie delusioni, ma in linea di massima, posso affermare che questo principio, quello dei banchi di scuola, ha una buona parte di verità.

Ho al mio attivo poche, selezionate amicizie. Il matrimonio è stato un momento in cui gli “amici” si sono manifestati, perché è così, lo dice pure David Lynch: le persone non cambiano, si rivelano. Ed è per questo che credo fermamente nella selezione che ho messo in atto, più o meno in modo naturale.

Essendo figlia unica sono sempre stata abituata a star da sola, a giocare con le mie bambole e quel che trovavo in casa, alla corda e più comodamente all’elastico con le sedie. Non ho mai particolarmente sofferto di questa solitudine, anzi…forse mi faceva apprezzare di più i momenti in compagnia. L’unica pecca è che ho sempre preteso molto dai miei rapporti e questo spiega tante cose. Non so se sono generosa o meno, ma credo di impegnarmi e dare quanto più mi è possibile ad ogni persona che incontro. Chi mi conosce bene, poi, sa che credo con tutta me stessa nella teoria junghiana della sincronicità e, quindi, reputo utile chiunque si presenti sulla mia strada, nel bene o nel male.

Quest’anno a fine maggio ho rivisto, dopo ben 25 anni, alcuni compagni di classe delle medie. Da allora ci siamo rivisti tre o quattro volte (è avvenuta anche in questo caso una selezione naturale) e ci rivedremo ancora prima della fine dell’anno. Ci sentiamo ogni giorno, ridiamo, ricordiamo e a volte dimentichiamo, ma è bellissimo! Il rapporto che si è creato è fantastico perché sincero, forse perché nato sui banchi di scuola, ma di sicuro maturato (e migliorato, un po’ come il vino che consumiamo in abbondanza durante questi incontri) nel tempo.

Le ragazze erano splendide bambine e sono donne stupende. I ragazzi erano teneri bambini e sono uomini forse vagamente immaturi, ma con un grande cuore, ancor più tenero.

Virginia, Alessia, Georgea, Alessandra (Ale fatti vedere e sentire di più, ti prego, e lo stesso vale per te, Luca!), Alberto, Stefano e, non ultimo, Lorenzo sappiate che vi voglio bene.

Tanto.

E sappiate anche che non lo dico spesso. Anzi mai. Ma non posso dire altro: vi voglio bene.

Sono felice di sentirvi ogni giorno e di vedervi appena possibile e spero che si possa continuare ad organizzare le nostre cene almeno fino a quando non avremo più la forza di stappare una bottiglia di vino, aprire un barattolo di funghi sott’olio o salire quattro piani di scale!

E alla faccia di Jung, sapete che c’è? Assumo per un attimo i panni di Alberto oratore e vi cito, adattandolo, Charles Dickens: voi per me siete persone di quelle che si ri-incontrano quando la vita decide di farti un regalo. 

  
Perché voi (e un paio di altre persone per quest’anno) siete stati un regalo, di quelli il cui valore non è assolutamente misurabile.

Vivitibbi.

LaBeBi 

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J’adore RIOT

La nota pubblicità del profumo DIOR mi ha sempre affascinato: la camminata sinuosa della sua bellissima testimonial è assolutamente accattivante. E anche il profumo mi piace parecchio. 

A parte tutto, l’unica cosa che ho esclamato all’arrivo del mio pacchetto da Riot-Clothing-Space è stato: ADORO!  

 Che altro aggiungere?

Ho conosciuto Simone Villa per caso, su Facebook, per una passione comune, quella dell’handmade e da qualche giorno capita spesso che ci si scambi informazioni ed opinioni.

Simone è un ragazzo di 39 anni, nato nella provincia milanese. Dopo aver studiato fashion design al Marangoni di Milano, ha lavorato come stilista per un big degli anni ’80, Giorgio Correggiari, e ha collaborato con uno studio di stilistica con sede a Verona e Hong Kong, occupandosi della linea accessori di Benetton, Sixty, Levi’s e Think Pink. Nel frattempo ha anche realizzato una propria linea di streetwear femminile e a fine 2014 ha deciso di investire energie e competenze su sè stesso aprendo il suo laboratorio/negozio, il Riot Clothing Space, a Verona, città in cui ormai risiede.

L’arte di Simone si esprime attraverso la sua stessa visione di moda artigianale all’insegna dell’upcycle multimaterico. Recupera materiali di scarto, principalmente tessili, da aziende e privati, e dona nuova vita e nuovo utilizzo. Il suo laboratorio è anche un punto di incontro per chi ama “fare con le mani” e così organizza spesso corsi ed eventi.

Simone è un uomo curioso, un uomo a cui piace conoscere e scoprire. Così, appena gli è possibile, va nei mercatini alla scoperta di nuovi materiali e nelle librerie per cercare nuovi spunti creativi. Si affida anche a numerose riviste di importazione e naviga, naviga e naviga alla ricerca di spunti per il suo “mood board”.

Ad oggi ha principalmente due obiettivi: attivare collaborazioni per realizzare hand made a più mani e il co-marketing con altre realtà. Notizia dell’ultimo minuto è la collaborazione con Elbert Espeleta, di cui ho scritto nell’articolo “do what you love”. Io sono certa che Elbert e Simone daranno vita a gomitoli e manufatti a dir poco geniali.

Simone, in questo momento, ha anche in corso una campagna di crowfunding. Vuole raggiungere il budget per poter acquistare una macchina da ricamo con lo scopo di personalizzare i prodotti su richiesta, ma soprattutto per trasformare i suoi personaggi da “semplici” illustrazioni ad adorabili creature che andranno a vivere sui suoi capi, rendendoli opere d’arte uniche e fantastiche.

  
Io il mio dovere l’ho fatto e non è detto che per Natale non lo rifaccia. Ho anche ricevuto una superlativa ricompensa:

  
Questo il link: https://www.facebook.com/events/1688977114649102/ clicchiamo e doniamo! Abbiamo tempo fino al 31 gennaio 2016.

Simone ha una fantasia infinita, un’arte unica, una creatività esplosiva. 

Bastano 5€ e cosa sono? Niente, davvero! Ma a lui consentirebbero di realizzare un sogno e per chi ama l’hand made, per chi realizza l’hand made un sogno è tutto: un elisir di lunga vita perché di eterna creatività.

Beatrice 

Happy Together, anche in casa e con la pioggia!

Non ho figli. Non sono arrivati e forse non arriveranno. A volte penso di perdermi qualcosa, altre volte, invece, penso che non sarei in grado di gestire altri esseri umani, visto che fatico già a gestire me stessa.

In ogni caso i bambini mi piacciono. Molto. E credo anche di saperci fare, almeno per qualche ora.

Qualche giorno fa ho convinto la mia amica Alessandra a prendersi una serata con il marito e a “cedermi” i gemelli.

Sto quindi pensando a come impiegare il pomeriggio e guardando online ho avuto almeno 3 o 4 illuminazioni.

La prima la devo alla mia amichetta social Chiara Scaffini (Uncinettoimperfetto su Facebook, Instagram e Etsy) ed è il suo “braccialetto imperfetto”, di cui ho già parlato e che adoro!

  
La nostra versione non sarà così bella, ma sono certa che Valentina impazzirà e che Gabriele ne vorrà fare uno per la sua mamma. Per questo bracciale basterà un po’ di filo, magari di cotone e magari con delle perline.

La seconda idea è culinaria. Sono le rose di mele (su Google con questo nome). Servono 2 mele rosse, 1 sfoglia rettangolare di pasta brisè è un po’ di marmellata di albicocche. La mela va ripulita del torsolo, divisa in due parti e poi tagliata in fette sottili. Queste ultime vanno ripassate al microonde ma credo non sia fondamentale e al più rimarranno leggermente più croccanti se non si esegue il passaggio. La marmellata va diluita con poca acqua e dopo aver tagliato delle strisce di sfoglia, va spennellata su di esse. Sul bordo (solo da un lato) bisogna disporre le fettine di mela sovrapponendole una all’altra. Chiudere la sfoglia e arrotolare. In forno (non ho idea del tempo necessario quindi controllerò spesso la cottura) e questo è il risultato:

  
La terza idea l’ho trovata su internet e non so se mi sarà possibile applicarla esattamente come è descritta online. In sostanza bisogna infilare una sorpresina (ad esempio quelle degli ovetti di cioccolata) in alcuni palloncini gonfiati con elio chiudendoli poi con nastri più o meno lunghi. I bimbi dovrebbero saltare per prenderli, scoppiarli e chi trova la sorpresa se la tiene. Forse è un gioco adatto a bimbi più grandi di 4 anni. Se lo mettessi in pratica gonfierei i palloncini alla vecchia maniera e metterei una sorpresina in ogni palloncino. Legherei ad ognuno del filo e tirerei i palloncini che i gemelli cercherebbero di prendere. E il salto sul palloncino conquistato sarebbe sul divano, per evitare traumi di vario genere…

Infine le decorazioni natalizie! Bisogna procurarsi colla liquida, acqua, una ciotola, palloncini piccoli, una matassa di filo, meglio se di cotone. Si gonfiano i palloncini, si scioglie la colla con l’acqua nella ciotola e ci si mette un po’ di filo. Quando sarà ben impregnato si arrotola sui palloncini lasciando la chiusura ben in vista. Si fa asciugare il tutto mettendo i palloncini in una scatola e usando l’asciugacapelli per velocizzare il processo. Quando il filo sarà rigido, si fanno scoppiare i palloncini con uno spillone e si sfila ciò che rimane del palloncino stesso. La palla che di ottiene si può usare come decorazione natalizia o per custodire una lucina.

  
Io mi sono già procurata dei guanti e due sacchetti della spesa (non bio) da tagliare sul fondo e usare come grembiulini. Sarà il caso di procurarmi anche un bel po’ di giornali per coprire il tavolo e magari anche il pavimento.

Ecco qui, sono pronta!

Sono pronta a prendermi del tempo per tornare bambina e a dedicare del tempo a questi due splendidi bambini, che già mi aspettano e che oggi non volevano andare a scuola “perché viene a trovarci la zia Bea”!

LaBeBi

Keep life simple!

Negli ultimi anni, da quando frequento il laboratorio di M. P. in Via Solari 19 a Milano, mi è capitato spesso di incontrare persone nuove. Con alcune di esse si è instaurato uno splendido rapporto di amicizia, condivisione e fiducia e nel tempo è sempre meglio. I nostri incontri sono una valvola di sfogo. Non lavoriamo solo a maglia e non ci scambiamo solo informazioni su filati, modelli o punti. Scambiamo consigli di vita, pezzi di noi stesse, cresciamo insieme. In mezzo a quei gomitoli, beviamo caffè, mangiamo biscotti e torte, ci confidiamo e credo che per ognuna di noi sia un momento di distacco dalla propria famiglia (e dalla propria vita) ed essenziale per tornare ad essa con la giusta carica.

Il perno di questa “associazione a delinquere” è lei: Marinunzia!

Non riesco se non a dirne bene. È speciale.

Riesce a tenerci unite senza che ce ne rendiamo conto. Ci ascolta e ci consiglia e ci fa illudere che tutto, anche la vita stessa sia facilissima e che possiamo farcela. È una fonte inesauribile di idee, di risposte giuste e di conforto.

E poi ci siamo noi: le ragazze del lunedì, del mercoledì, del giovedì e quelle del sabato. Nel tempo si sono formati i gruppi e ognuno di essi è diverso e ha le sue caratteristiche. Ci sono le riflessive, le tranquille, le poetiche, le festaiole e le creative. Tutte siamo un po’ tutto questo in modo più o meno spiccato e tutte diamo alle altre a seconda del bisogno.

Quel leggero tintinnio dei ferri, le risate, le chiacchiere, tutto si mescola a creare una sorta di melodia, una sorta di “bagno purificatore” che, come dicevo, ci aiuta a superare la settimana successiva. Chi non ha mai vissuto un gruppo di maglia non può capire, chi non ha mai presenziato ad una “lezione” di Marinunzia non può neanche lontanamente immaginare!

Alle mie Amiche di Maglia voglio dedicare un possibile poncho. È un capo davvero molto semplice. L’ho comprato in uno store giapponese del centro (su suggerimento di Francesca C., collega di lavoro da pochissimo, ma spero amica a lungo), quello che vende tutto il basic possibile. E l’ho comprato per replicarlo certo, ma anche perché insieme a questo possibile poncho ci sono anche le istruzioni per indossarlo (il numero 3 è il mio preferito, per questo mi ostino a definirlo poncho!):

 
Si tratta di una striscia, in origine, che misura 150cmx50cm e nei due lati lunghi ci sono asole e bottoni.

  

Lo si può replicare con qualunque filato: lana, cotone, seta, ma anche mescolando le fibre. Personalmente, quando avrò esaurito i miei vari progetti in corso, lo realizzerò in muskat drops e lace drops. Ho letto opinioni non eccelse sui filati drops, ma mi sono sempre trovata molto bene, sia in termini di qualità, sia di prezzo. 

Nella fattispecie si tratta di un progetto “passe-partout” e credo servano dei filati forti ma anche eleganti. E l’unione di questi due prodotti Drops crea un filato resistente e di una lucidità degna dei più brillanti cieli stellati. Il muskat drops è un filato di cotone (100% cotone egiziano mercerizzato), filato da fili più sottili che lo rendono durevole e stabile nella forma. Lace drops è una miscela di baby alpaca e seta di gelso, filato a due capi con una lunghezza di circa 800 metri per matassa, quindi perfetta anche per progetti piuttosto grandi. Le fibre non sono trattate, cioè sono state solo lavorate e non esposte ad alcun trattamento chimico prima della tintura.

A seconda dunque del filato che si vorrà usare, consiglio un campione di 20 maglie per poi proseguire montando un numero di maglie sufficienti a creare questa striscia larga 50 cm e lunga 150 cm. Per i bottoni e le asole si può optare per dei semplici automatici oppure Marinuzia penserà a rendere “facilissima” anche questa parte del progetto e allora si potranno usare bottoni di qualunque forma e materiale. Per la fantasia si può decidere di esaltare la bellezza del filato con una maglia rasata ricordandosi però di fare un piccolo bordo per evitare che il lavoro si arrotoli oppure…oppure chiederemo a Marinunzia!

E, quindi, GRAZIE a Marinunzia e a tutte voi che rendete speciale ogni giorno in attesa delle nostre “lezioni” di maglia e di vita.

Con tutto il mio affetto,

LaBeBi.
  

Happy HO HO HO to you!

Cosa mi piace di più del Natale? Se ci penso, se mi concentro sulla risposta, forse dovrei dire: i regali! E non me ne vergogno! Non mi vergogno perché Natale era l’unica occasione in cui, da piccola e prima che iniziassi a lavorare, potessi ricevere qualcosa senza doverla per forza meritare. E poi c’era la letterina a Babbo Natale! Nella maggior parte dei casi, quindi, erano tutte cose che mi piacevano o che desideravo.

Ancora oggi, mi sento un po’ infantile, ma è così! Quando trovo un omaggio nella spesa, quando ricevo un regalo inaspettato o ancora solo uno sconto su un articolo che desidero (o di cui ho semplicemente bisogno) ne sono entusiasta! Forse fin troppo.. Credo che chi mi vede arrivi a pensare che sono fuori di testa, ma tant’è! Le regole rigide di casa mi si sono inculcate profondamente e non mi abbandoneranno mai.

Ecco perché del Natale mi piacciono i regali!

Ho un ricordo vivido di quando una notte di Natale di troppi anni fa, ho obbligato mia cugina (più grande di me di ben 6 anni, quindi molto probabilmente neanche troppo interessata) ad accompagnarmi fuori dal letto perché avevo sentito un rumore. So che non è possibile, ma ho visto qualcosa brillare (forse i fari di una macchina che passava), ho acceso la luce e c’erano i regali! Beh ero felice! Non ricordo se ho aperto subito i pacchetti o mi sono rimessa a letto insonne fino alla mattina dopo, ricordo solo lo scintillio e la felicità che mi ha pervaso.

Oggi, che, invece di aumentare, siamo sempre meno, il Natale mi intristisce, ma i regali….non arrivano mai al 25! Mio marito è disperato. So che nasconde spesso i suoi acquisti o non ne parla perché entro in modalità “martello pneumatico”. Non so gestire l’attesa e VOGLIO saper cosa contengono i pacchetti. 

Dunque, amici che leggete, sappiate che i vostri regali non arrivano mai a Natale, spesso non aspetto neanche che abbiate raggiunto il cancello d’uscita! Mi capita anche di aprirli e poi impacchettarli nuovamente, proprio perché quel sant’uomo che mi ha sposato invece sa aspettare e non ha neanche un briciolo di curiosità. La cosa ridicola è che voglio che anche chi riceve i miei regali li apra subito e ci rimango malissimo quando mi dicono che aspetteranno la notte del 24 o addirittura la mattina del 25. Ma come si fa??

In famiglia, nella mia famiglia d’origine intendo, i regali sono sempre stati un momento un po’ particolare. Oltre a subire una valutazione meritocratica, c’era anche un sondaggio sull’effettiva necessità.

Ora, di un regalo si deve per forza avere bisogno? Non credo! Però spesso uso questo escamotage per convincere anche me stessa. Mi è quindi inevitabile ignorare questa reminiscenza del passato ed è davvero difficile se non impossibile che opti per regali inutili o superflui, anche se regalo una pianta!

Ho già ampiamente descritto i regali destinati alle amiche più care e so già che non sono abbastanza curiose da aprire subito i miei pacchetti. Ho anche pensato di usare carta trasparente per la confezione, potrebbe aiutarmi, no?

Con mia mamma, la questione è diversa. Mi ha già detto: “per Natale, mi dici quello che vuoi, quello di cui hai bisogno…”. E io di cosa ho o avrò bisogno? Forse di una sorpresa? Ma meglio non rischiare, qualcosa mi verrà in mente!

Per lei sto preparando uno scialle, pelosino e rosato.

  
Le istruzioni sono addirittura imbarazzanti per quanto sono semplici:

Montare 3 maglie.

Riga 1 (e tutte le successive dispari) >> lavorare tutte le maglie a diritto;

Riga 2 >> lavorare a diritto una maglia, un gettato, mettere un segnapunto rotondo (sul ferro), una maglia a diritto, mettere un altro segnapunto, un gettato, lavorare l’ultima maglia a diritto. Sul ferro ci sono 5 maglie;

Riga 4 >> lavorare a diritto due maglie, un gettato, spostare il segnapunto dal ferro di sinistra a quello di destra, una maglia a diritto, spostare il segnapunto, un gettato, due maglie a diritto. Sul ferro ci sono 7 maglie.

In sostanza, ad ogni ferro pari le maglie aumenteranno di due. Il lavoro sarà concluso quando si avrà la larghezza desiderata. Non è semplice verificarla con i ferri dritti, però si può lavorare metà scialle e allargare per bene le maglie. Ho provato anche inserendo un gettato dopo la prima e prima dell’ultima maglia a diritto nella riga pari, ma il risultato non migliora, anzi si crea un lavoro che se anche cresce in larghezza non cresce abbastanza in lunghezza. 

E poi deve essere un abbraccio, un abbraccio pelosino e rosato di cui forse non ci sarà bisogno, ma che ci si merita davanti alla TV o appena alzati dal letto! 

Buon Natale, mammetta!

Beatrice

Dica trentatré!

Io odio andare dal medico. Fin da piccola solo l’idea di quel camice bianco mi terrorizzava per quanto poi l’idea di indossarlo, al contrario, mi affascinava e nonostante le scelte diverse forse non ho neanche mai smesso di pensarci. In ogni caso quando da piccola iniziavo a non sentirmi bene mi disperavo più per l’arrivo del medico che non per la malattia in sé! Perché allora il medico veniva a casa e ti visitava, ti faceva respirare profondamente e pure dire trentatré!
Mi ricordo che piangevo fino a farmi mancare il fiato, ma non riesco a darne una spiegazione razionale, era così. Eppure da piccola avevo un medico old style, di quelli per cui la professione era una questione di vita, di quelli per cui non c’era orario, di quelli che conoscevano bene la materia, di quelli insomma che oggi ce li sognamo!

È ovvio che oggi se posso evitare, evito, ma se c’è una cosa che mi spaventa più di tutto sono quelle malattie che “se l’avessimo curata per tempo…”! 

Così una sera di inizio settembre avvisto un neo e mi parte il panico. Nel giro di qualche giorno passo dal medico di base, al dermatologo, senza neanche pensarci, pronta a fare la mappatura completa dei miei nei.

E quando vedo la dottoressa in questione capisco che è proprio tutto cambiato e che ora dovrei davvero piangere disperatamente fino a diventare blu! 

Il neo…nulla di grave, mi viene detto, tu li produci! E non so se ridere per lo spiccato accento pugliese con cui mi viene detto o perché non ho nulla di cui preoccuparmi! Bene, per fortuna, penso, ma magari sono qua e cara dottoressa, che parli in modo ridicolo, ti chiedo un’altra cosa. “Dottoressa, mi scusi, può guardami questo dito? Mi sembra come se si fosse assottigliata la pelle”. La dottoressa prende in mano il mio pollice destro, lo osserva, prende la lente di ingrandimento, osserva ancora, poi mi guarda e dice: “signora, ma tu fai qualcosa di ripetitivo?” e io la guardo smarrita e non so che dire, se non “qualcosa di ripetitivo, cosa?” e lei continua anche un po’ scocciata: “qualcosa di ripetitivo!!!”. 

Ok, ha vinto, mi dico. Per me è finita! Cosa posso dire? Già fatico a capire quando parla, se poi faccio pure un’altra domanda, capace che pronuncia la fatidica frase “avanti il prossimo”! 

Mi faccio coraggio e dico “la maglia, l’uncinetto?”…sono quasi disperata perché dico la verità: questa dottoressa mi fa paura. Urla il suo spiccato accento pugliese, mi chiama signora e mi da del “tu” (che per altro è il problema minore)! “Meeeee, ecco è quello!” e io non posso che guardarla e dirle che sono stressata e ne ho bisogno. Lei continua per la sua strada: “meeee tu fallo, ma meno! È un fantastico anti stress ma fallo meno, anzi fallo coi guanti” e io mi immagino a far la maglia o l’uncinetto elegantemente vestita e coi guanti, ma torno in me quando mi prescrive una pomata e mi consiglia di metterla con la pellicola per alimenti… 

Insomma la diagnosi è stata scritta nero su bianco: eczema da trauma da ferri e uncinetto! Manco a dirlo…e tutto per colpa di uno scialletto che ho deciso di fare giusto per avere qualcosa sempre in borsa e per combattere l’insonnia.

È tutta colpa del mio uncinetto n.3 e della cotton merino drops e anche un po’ del punto basso, ma esiste qualcosa di più semplice di una sciarpa/scialletto che aumenti quando e come vuoi e soprattutto interrompi e riprendi quando e come vuoi? No, ma evidentemente l’uso se eccessivo nuoce gravemente alla salute! 

  

LaBeBi

Eat diamonds for breakfast, shine all day!

Pare che la colazione sia il pasto principale della giornata. Nel mondo le abitudini sono diverse: in Italia, per esempio, la colazione è dolce, raramente salata e molto spesso velocissima o assente. Negli altri paesi del mondo è esattamente il contrario.

Non ricordo come era la mia colazione quando ero piccola, ho un solo ricordo ben preciso: latte e pappa reale. Trovavo disgustoso il primo (che spesso finiva nel lavandino) e anche peggio il secondo che però mandavo giù ubbidiente. Non so per quale motivo mia mamma mi riempisse di pappa reale, ma ipotizzo fosse per evitare che mi ammalassi. Ero comunque una bambina tendenzialmente sana e mi ammalavo di rado e mai in modo grave e sono certa non fosse merito della pappa reale.

È ovvio che oggi non posso neanche sentirla nominare e ho delle difficoltà anche col miele, anche se ogni tanto lo compro. Mi piace la sua trasparenza color ambra e mi affascina la sua viscosità. Sono anche enormemente affascinata dalle api, dalla loro fervente attività e dalla loro perfetta organizzazione, ma credo sia una reminiscenza del mio cartone preferito: l’ape Maia!

  
In uno dei miei giretti su Pinterest ho trovato una copertina meravigliosa, che mi ricorda un alveare:

  http://www.ravelry.com/projects/Duschinka/honeycomb-stroller-blanket

E con Marinunzia Piccenna, nel suo laboratorio di Via Solari 19 a Milano, abbiamo provato a replicarla nei toni sgargianti del fucsia e dell’arancio. L’ideale è avere degli avanzi, ma per la buona riuscita della copertina o del cuscino o di quello che si vorrà realizzare è fondamentale innanzitutto combinare bene i colori e ovviamente avere filati dello stesso tipo. Ecco il risultato:

  
Queste le istruzioni:

Montare un numero di maglie pari a multipli di 8+4. Il colore A è il colore del bordo, i colori B e successivi invece sono i colori degli alveoli.

Riga 1 >> colore A, lavorare tutte le maglie a diritto;

Riga 2 >> come riga 1;

Riga 3 >> colore B, lavorare una maglia a diritto; colore A, passare due maglie a rovescio; *colore B, sei maglie a diritto; colore A, passare due maglie a rovescio*; colore B, una maglia a diritto;

Riga 4 >> colore B, lavorare una maglia a rovescio; colore A, passare due maglie a rovescio; *colore B, sei maglie a rovescio; colore A, passare due maglie a rovescio*; colore B, una maglia a rovescio;

Riga 5 e successive fino alla 8 >> ripetere la riga 3 e la riga 4 per due volte;

Riga 9 e riga 10 >> colore A, lavorare le maglie a diritto.

Riga 11 >> colore C, cinque maglie a diritto; colore A, passare due maglie a rovescio; * colore C, sei maglie a diritto; colore A, passare due maglie a rovescio*; colore C, cinque maglie a diritto;

Riga 12 >> colore C, cinque maglie a rovescio; colore A, passare due maglie a rovescio; * colore C, sei maglie a rovescio; colore A, passare due maglie a rovescio*; colore C, cinque maglie a rovescio;

Riga 13 e successive fino alla 16 >> ripetere la riga 11 e la riga 12 per due volte;

Riga 17 e riga 18 >> colore A, lavorare tutte le maglie a diritto.

Dalla riga 19, si ripete il motivo, seguendo le istruzioni a partire dalla riga 3. Si può decidere se usare sempre lo stesso colore per gli alveoli (B) o sostituirlo con il colore C e successivamente con il colore D è così via. Oppure si può usare un colore A, monocolore per il bordo e un unico colore cangiante per gli alveoli.

Se si lavora una copertina, il bordo può essere realizzato aumentando le righe di legaccio (riga 1 e riga 2) a inizio e fine lavoro e anche ai lati (aggiungere all’inizio e alla fine di ogni riga tanti punti sempre a diritto o sempre a rovescio e sempre con il colore A, tanti quanto si vuole che il bordo sia evidente. Se invece si sta realizzando un cuscino, un gilet per bimbo o bimba o altro ancora, il bordo è meno importante e può anche non essere realizzato.

E oggi, nonostante la pappa reale, ogni tanto mi viene un raffreddore o la febbre, ma quando avrò concluso la mia copertina ad alveare sarà più bello ammalarsi e guarire, ma sempre senza bere latte caldo e miele!

LaBeBi.

C’era una volta una principessa con gli occhi blu..

Da piccola, quando finiva la scuola e l’oratorio estivo, venivo spedita dalla nonna Beatrice, nel Veneto. Passavo con lei e la zia Lucia un periodo che per me allora era infinito. Mi annoiavo, ovviamente, volevo i miei amici, i miei giochi, volevo guardare i cartoni animati. E invece passavo le giornate ad ascoltare i dischi della zia, Gianni Morandi, Julio Iglesias, Matia Bazar, a guardare con lei i film in bianco e nero finché arrivava la sera e bisognava andare a letto. Ogni sera, l’iter era lo stesso: io andavo a dormire e, finché la nonna aveva sistemato tutto, la zia Lucia si sedeva sul letto: chiacchieravamo e spesso mi raccontava una favola. 

La mia preferita era Raperonzolo. Non so cosa mi piacesse di più di questa fiaba, forse solo come me la raccontava lei, la mia principessa dagli occhi blu. Ora la zia Lucia non c’è più e non so che fine abbia fatto quel libricino che lei mi leggeva. Così, in uno dei miei acquisti online, ho inserito nel carrello anche la “mia” fiaba.

  
Ogni tanto la leggo e penso a quei momenti unici con la zia Lucia, a quegli attimi in cui i nostri cuori erano così vicini da diventare una cosa sola. La zia Lucia era l’unica che mi leggeva le favole e lo faceva tante volte quante glielo chiedevo. Non era mai stanca di quei momenti e per me era la parte più bella di quei giorni, quella che aspettavo ogni giorno e quella che più mi mancava negli altri mesi dell’anno.

Qualche giorno fa, guardavo le novità su Pinterest e ho trovato questa foto:

  
Mi è subito venuta in mente la fiaba di Cappuccetto Rosso e immediatamente la zia Lucia e Raperonzolo.

Questo modello è davvero molto carino e semplice. Richiede solo un po’ di lavoro in termini di tempo e un bel pacco di lana. Perché dunque non approfittare delle offerte di Fiordilana, in via Confalonieri 83, a Villasanta? Per le confezioni da un chilo ci sono ottimi sconti su numerosi filati.

Personalmente credo che il migliore sia il drops Alaska. Ci sono tanti colori disponibili, sia mix, sia unicolor. È lana non trattata e dona ai capi lavorati con questo filato una forma migliore e una meravigliosa qualità di struttura.

Perché il modello sia semplice e di più rapida esecuzione lo si può realizzare anche senza cappuccio. Di base, in ogni caso, si tratta di una sorte di croce in cui la punta superiore è divisa in due parti. Questo golf può essere più o meno lungo e le maniche potrebbero essere realizzate a tre quarti. Se non c’è il cappuccio, può essere completato con un colletto alla coreana (riprendere i punti con i ferri di almeno una misura in meno) e poi uno, due o tanti bottoni, grandi!

 
E ora la  fantasia. Sono indecisa tra falsa costa inglese e punto “divano”. Per le spiegazioni rimando rispettivamente agli articoli “Two are better than one” e “Il confortante profumo della vaniglia” oppure “Cuore di maglia, la maglia del (mio) cuore”. A pensarci bene forse la fantasia migliore è proprio la seconda e questo perché permette di usare il capo dal lato che piace di più, avendo però un bel motivo ordinato anche all’interno, per il collo e le maniche se vengono risvoltate. E magari due belle tasche, applicate lasciando a vista la parte “a rovescio”.

Questo modello, dunque, può fornire diverse possibilità. Può essere un giacchetto corto un po’ svasato con maniche rigorosamente a tre quarti, a tinta unita o a righe sottili o anche a punto tessuto, a due o tre fili (per le spiegazioni leggere “La copertina di Tommy” e “Happy B-day, Zimo!”). Oppure può essere un cappottino aderente, più lungo, stretto in vita da una bella fusciacca. Si possono anche fare le maniche e le tasche di un colore diverso o non realizzare le maniche per avere una mantella.

In tutte le sue forme, questo è un capo magico e favoloso a tutti gli effetti. E sono certa che realizzarlo e indossarlo non permetterà di vivere felici e contenti, ma di sicuro più felici e più contenti!

LaBeBi.

I love shopping, forse troppo…

Chi non ha il suo negozio di fiducia, un punto di riferimento “commerciale”? C’è chi mangia un solo tipo di pane, chi non si sveglia se non con quel caffè e quella brioche, chi, ogni sera, prima di tornare a casa fa un giro sempre uguale per prendere quel che manca, magari per la cena.

Personalmente non ho nessuna di queste abitudini, però ho degli appuntamenti fissi annuali. E in queste occasioni viene fuori quella che io chiamo la mia compulsività. Se trovo una cosa che mi piace ne compro minimo un paio di colori e il colore che mi piace di più in due pezzi…almeno! 

Ho ricevuto un’educazione molto rigida e dovevo meritarmi tutto. Oggi che ho un lavoro e la possibilità di comprare più o meno ciò che voglio, pago questa rigidità. Ed è normale, dunque, comprensibile e addirittura giustificato il mio desiderio di shopping compulsivo. Spezzo una lancia a mio favore, me lo devo: non mi capita sempre, ma solo ed esclusivamente quando penso di aver trovato “un’occasione speciale”. 

Quelle due o tre volte l’anno che mi ci dedico vado in uno store che vende design e non mi riferisco a design svedese, ma a design italiano e non, ad un posto in cui si racchiudono idee a volte molto utili, spesso poco economiche ma di sicuro grande effetto! Uso queste missioni per acquistare regali di compleanno o Natale, non solo per me.

Qualche settimana fa mi è venuta voglia di andare a dare un’occhiata e, come immaginavo, ho trovato due regali di Natale, a mio gusto, fantastici! Ho deciso così di abbinare a questi oggetti per la cucina, due presine. Devo solo capire se sia meglio realizzarle all’uncinetto o ai ferri.
Il punto basso consente di creare una trama piuttosto fitta e compatta ed è sufficiente riempire i due quadrati con un po’ di imbottitura perché siano anche utili allo scopo per cui sono create, cioè riparare dal calore.

  
(fonte: http://www.moms-crochet.com/crochet-potholder.html)

Con i ferri, la fantasia migliore è il punto tessuto, magari a tre fili, di cui ho già parlato nell’articolo “Happy B-day, Zimo!”, da completare anche in questo caso con dell’imbottitura piatta.

 

Il web fornisce istruzioni complete ed esaustive per creare presine di ogni tipo: a forma di golosa frutta o adorabili animaletti, ma il mio obiettivo è realizzare oggetti utili, semplici e in breve tempo.
Il materiale migliore è il cotone, piuttosto spesso, oppure la fettuccia, sempre di cotone. Se però si ha a disposizione più tempo e un filato più sottile, credo che una splendida idea possano essere delle tovagliette all’americana per la colazione, da decorare con una taschina, sempre a punto basso, portatovagliolo o l’iniziale del nome della persona cui è destinata. E come chiudi pacco dei quadratini da decorare a punto scritto e poi attaccare all’albero di Natale! Oppure per chi ama preparare conserve e marmellate si possono preparare dei quadrati di cotone, direi in una misura 20×20, che andranno a coprire i coperchi dei barattoli, fissati con lo spago e poi potranno essere usati come asciugamani monouso per gli ospiti.

Insomma, questo punto basso è così versatile che si possono creare quadrati o rettangoli di ogni misura con molteplici destinazioni d’uso, così tante che le mie presine quasi quasi arrossiscono! Per fortuna saranno accompagnate da un fantastico oggetto di design, ovviamente hand-made!

 
LaBeBi

Il confortante profumo della vaniglia.

Quando sono andata a vivere da sola, mi sono trasferita in un quartiere completamente nuovo per me. Così ho iniziato a perlustrare la zona, trovando il fruttivendolo, il panettiere e il laboratorio “le delizie”. Fuori non c’è nulla, solo un cartello che dice “brioches fresche tutti i giorni” e, in estate, due vasi di gerani. Quando però si alza quella tenda si apre un mondo profumatissimo di pasta frolla e vaniglia in cui la regina è una minuta signora con gli occhi più dolci che conosca. Non so come si chiami, perché per me lei è la Signora Vaniglia. Fatico anche a riconoscerla fuori dal suo laboratorio, ma lei, invece, mi vede sempre e mi saluta, quando corre da una parte all’altra della città col suo furgoncino rosso.

È lei che ha pensato alla mia torta di nozze:

  
e anche ai biscottini con cui ho deciso di accompagnare le bomboniere, appunto formine taglia biscotti.

È un punto di riferimento per ogni piccola o grande festa perché i suoi prodotti sono buoni, genuini e hanno quel tocco in più che li rende unici. Sono fantastiche le frolle con la crema di limone, i biscotti con cocco e cioccolato e le sue brioches integrali con semi di sesamo.

Una sera, le ho chiesto di darmi una mano per fare una sorpresa a mio marito e ci ha portato a casa una torta buonissima. Si è portata dietro il suo aroma di vaniglia e pasta frolla e anche i nostri tre gatti che di solito spariscono al solo suono del citofono, si sono accomodati e hanno annusato l’aria intorno a lei, lasciando che li osservasse.

La Signora Vaniglia è una donna a cui piace chiacchierare e che si dedica con grande passione alla preparazione delle sue prelibatezze.

Se dovessi preparare qualcosa per lei ai ferri, userei senza dubbio il punto brioche. 

Queste le istruzioni:

Montare un numero di maglie multiplo di tre.

Riga 1 >> una maglia gettata, una maglia passata a rovescio, una maglia a diritto;

Riga 2 (e tutte le successive) >> una maglia gettata, una maglia passata a rovescio, due maglie insieme a diritto.

Il punto brioche può essere lavorato anche nella variante a due colori alternando i due colori nella lavorazione delle righe (colore A per riga 1, colore B per riga 2 e ripetere da capo).

  
Molto simili al punto brioche, ma molto più semplici sono la costa inglese e la falsa costa inglese o punto mussolini.

Per quanto riguarda la costa inglese, queste le istruzioni:

Montare un numero di maglie pari.

Riga 1 >> lavorare tutte le maglie a diritto;

Riga 2 (e tutte le successive) >> una maglia a diritto, una maglia doppia cioè una maglia lavorata a diritto infilando però l’ago non nell’asola SUL ferro di sinistra, ma nella maglia SOTTO quell’asola. In pratica la maglia “in corso” e quella sotto vengono lavorare insieme.  

 (Fonte Pinterest)

Infine la falsa costa inglese, di cui ho già scritto nell’articolo “two are better than one”, prevede un numero dispari di maglie che vanno lavorate sempre in questo modo: 

Riga 1 (e tutte le successive) >> una maglia a diritto e una a rovescio.

  
Signora Vaniglia, non so se la sua dolcezza sia naturale o alimentata quotidianamente dallo zucchero che impasta così abilmente con gli altri ingredienti, ma il risultato è meraviglioso e mi rimane solo di aspettare la prossima occasione per godere del profumo e del gusto delle sue creazioni.

Beatrice.